|
ATTACCO SPECULATIVO. LA CRISI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE
I predatori finanziari hanno avuto la palla
Tsunami finanziario, (parte V)
DI F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research
Danni collaterali enormi
I primi segni del crollo delle cartolarizzazioni statunitensi
multitrilionarie si erano avuti a giugno 2007, con la crisi di liquidità di
due hedge fund della Bear Stearns (una delle banche d'investimento più
grandi e di successo a livello mondiale) che avevano largamente investito in
titoli ipotecari subprime. La crisi aveva poi traversato l'Atlantico e aveva
colpito una banca statale tedesca poco nota, l'IKB. A luglio 2007, la
Rhineland Funding, una consociata interamente controllata dall'IKB, aveva
circa 20 miliardi di euro di ABCP (Asset Backed Commercial Paper), che a
metà mese gl'investitori avevano rifiutato in parte di rinnovare. La Banca
centrale europea era stata quindi obbligata a immettere sul mercato
un'enorme quantità di liquidità per mantenere solvibile il sistema bancario.

La Rhineland Funding aveva chiesto all'IKB di aprire una linea di credito,
ma la banca dovette ammettere di non disporre di contanti o titoli in
quantità sufficiente a soddisfare la richiesta della consociata, e venne
salvata solo grazie a una linea di credito di emergenza di 8 miliardi di
euro fornita dal suo maggiore azionista, la Kreditanstalt für Wiederaufbau
(ironia della sorte, la banca che alle fine degli anni '40 aveva guidato il
piano Marshall per la ricostruzione della Germania). Ben presto sarebbe
apparso evidente che l'economia statunitense aveva bisogno di un nuovo Piano
Marshall, o del suo equivalente finanziario; ma per il momento non c'erano
donatori pronti a fare il primo passo.
Anziché bloccare il panico, l'intervento della KfW spinse ad accaparrarsi le
riserve e a disfarsi di tutti i SIV (Structured Investment Vehicles)
posseduti dalle banche internazionali fuori bilancio.
L'ABCP era uno dei maggiori risultati della rivoluzione della
cartolarizzazione dei titoli propugnata da Greenspan e dal mondo finanziario
americano. Si trattava di strumenti autonomi delle più importanti banche,
creati appositamente per far scomparire il rischio dal loro bilancio.
I SIV dovevano distribuire obbligazioni creditizie a breve sostenute dal
flusso di pagamenti in contanti del soggiacente portafoglio titoli della
consociata. L'ABCP era un debito a breve (generalmente di durata non
superiore ai 270 giorni) esentato dagli obblighi di registrazione dell'US
Securities Act del 1933 e distribuito in genere sotto forma di operazioni
commerciali o con carta di credito, prestiti e leasing per auto o
macchinari, obbligazioni collaterizzate.
Nel caso dell'IKB tedesca, il flusso di cassa avrebbe dovuto provenire dal
suo portafoglio di obbligazioni immobiliari subprime statunitensi e di CDO (Collateralized
Debt Obligations). Il principale rischio per gl'investitori in ABCP era il
deterioramento patrimoniale, l'inesigibilità dei prestiti individuali a
garanzia: esattamente quello che incominciò a ripetersi a catena sui mercati
obbligazionari statunitensi nel corso dell'estate 2007.
Il problema con le CDO era che, una volta emesse, avevano una scarsa
commercializzazione. Il loro valore era definito non dal mercato ma da
complicati modelli teorici.
Quando l'estate scorsa hanno avuto bisogno di liquidità per far fronte alle
vendite repentine e massicce, i detentori di CDO di tutto il mondo si sono
accorti che il loro valore di mercato era di gran lunga inferiore a quello
di emissione. Invece di creare liquidità vendendo CDO, hanno quindi dovuto
vendere azioni di prima scelta, titoli governativi, metalli preziosi.
Per dirla in parole semplici, la crisi delle CDO ha portato a una perdita di
valore delle azioni e delle stesse CDO. La caduta dei prezzi delle azioni
ordinarie ha contagiato gli hedge fund. I drammatici collassi a catena non
erano stati predetti da nessun modello teorico basato sulla massa circolante
di hedge fund e hanno causato grosse perdite in quest'area del mercato, con
in prima linea i due hedge fund creati da Bear Stearns. A loro volta le
enormi perdite dei principali hedge fund hanno generato ulteriore incertezza
e hanno amplificato la crisi.
È stato l'inizio di un colossale danno collaterale. Tutti i modelli si sono
sgretolati.
La mancanza di trasparenza è alla base della crisi che infine è venuta
prepotentemente alla ribalta a metà 2007. Una mancanza di trasparenza dovuta
al fatto che, invece di ripartire il rischio in modo trasparente come
previsto dalle teorie economiche accreditate, gli operatori del mercato
avevano preferito "cartolarizzare" i titoli pericolosi, favorendo valori ad
alto rendimento e alto rischio, senza però indicarlo in modo chiaro. Le
agenzie di rating avevano inoltre chiuso un occhio sui rischi insiti in
siffatti prodotti. E il fatto che fossero raramente trattati significava che
il valore anche solo approssimato di questi prodotti finanziari strutturati
non era noto.
Gl'insegnamenti ignorati dell'LTCM
Col crollo di fiducia tra le banche del mercato internazionale
interbancario, il cuore di quell'universo finanziario che tratta gli ABCP,
il sistema bancario si trova ora ad affrontare una crisi dell'intero
sistema, che minaccia un collasso a catena simile a quello del 1931, quando,
per ragioni politiche, le istituzioni bancarie francesi affondarono l'Austrian
Creditanstalt. La Nuova finanza di Greenspan è stata all'origine della nuova
instabilità, dell'era della turbolenza per parodiare il titolo della sua
autobiografia.
Il sistema finanziario mondiale si è trovato di fronte alla minaccia di una
crisi del sistema già col recente collasso dell'hedge fund LTCM (Long-Term
Capital Management) di Greenwich (Connecticut) a settembre 1998. Solo un
intervento estremamente ben coordinato della banca centrale, guidata dalla
FED di Greenspan, evitò all'epoca una slavina epocale.
La crisi dell'LTCM conteneva il germe di tutto quello che oggi sta andando a
rotoli sui mercati da svariati trilioni di dollari della cartolarizzazione.
Fatto strano, Greenspan e altri responsabili hanno sistematicamente
rifiutato di assimilare quest'insegnamenti.
L'inizio della crisi dell'LTCM è stato un evento non previsto nei modelli di
rischio degli hedge fund, le cui strategie d'investimento si basavano su
quello che veniva considerato un mix di valute straniere e obbligazioni con
una volatilità che poteva essere prevista usando i dati ricavati
dall'esperienza di commercializzazione. Quando la Russia annunciò la
svalutazione del rublo e l'insolvibilità delle sue obbligazioni di stato, i
parametri dei modelli di rischio dell'LTCM esplosero letteralmente, e con
essi lo stesso fondo. L'insolvibilità del debito di un governo era un evento
"anormale".
A differenza delle previsioni dei modelli di rischio usati da Wall Street,
il mondo reale non è affatto normale, ma è invece piuttosto imprevedibile.
Per coprire le perdite, il fondo LTCM e le banche partecipanti, ormai in
preda al panico, cominciarono a svendere tutto ciò che potevano liquidare,
generando un'ondata di vendite da parte degli altri hedge fund e delle
banche, preoccupate di coprire le posizioni scoperte. Come logica reazione,
il mercato azionario statunitense ebbe un crollo del 20% e quello europeo
del 35%. Gli investitori cercarono la salvezza nelle obbligazioni del tesoro
USA, facendo scendere i tassi d'interesse di oltre un punto. Gl'investimenti
ad elevato rating dell'LTCM cominciarono a questo punto a crollare. A fine
agosto 1998 gl'investimenti di capitale avevano perso il 50% del loro
valore.
Nell'estate del 1997 - durante gli attacchi degli hedge fund sulle
vulnerabili valute di Thailandia, Indonesia, Malaysia e altre economie
asiatiche ad alto tasso di crescita – Mahathir Mohamad, primo ministro della
Malaysia, evocò apertamente la necessità di maggiori controlli
internazionali sulle torbide speculazioni degli hedge fund, e additò a
chiare lettere il Quantum Fund di George Soros come uno dei più distruttivi.
Le pressioni statunitensi, in particolare del segretario del dipartimento
del tesoro Robert Rubin e della FED di Greenspan, impedirono qualsiasi
indagine su questi torbidi hedge fund offshore, che furono invece lasciati
crescere fino al punto di gestire, nel 2007, beni per oltre 14,4 trilioni di
dollari.
Modelli di rischio tragicamente errati
Il punto della crisi LTCM che ha scosso le fondamenta del sistema
finanziario mondiale era: chi vi era coinvolto e quali presupposti economici
aveva adottato? Si trattava degli stessi presupposti di base usati per
elaborare i tragicamente difettosi modelli di rischio della
cartolarizzazione dei titoli.
All'inizio del 1998, LTCM aveva un capitale di 4,8 miliardi di dollari e un
portafoglio di 200 miliardi di dollari, generato dalla sua capacità di
finanziamento o dalle linee di credito concesse da tutte le più importanti
banche statunitensi ed europee, bramose di ottenere da un fondo di grande
successo utili da non dichiarare. L'LTCM gestiva derivati con un valore
figurativo totale pari a 1.250 miliardi di dollari. Un hedge fund offshore
non sottoposto a regolamentazione e con un portafoglio di opzioni e altri
derivati finanziari dal valore nominale enorme: prima di allora non ci si
era mai sognati di poter arrivare a tanto. Ma il sogno si è trasformato ben
presto in incubo.
Nel linguaggio di Wall Street, l'LTCM era un fondo ben dotato,
incredibilmente bene, e con una reputazione talmente solida che uno
degl'investitori era la Banca centrale italiana. Tra le banche più
importanti che hanno buttato i propri soldi nell'LTCM sperando di saltare
sul treno in corsa e trarre ingenti profitti si contano Bankers Trust,
Barclays, Chase, Deutsche Bank, Union Bank of Switzerland,
Salomon Smith Barney, J.P.Morgan, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Crédit
Suisse, First Boston, Morgan Stanley Dean Witter, Société Générale, Crédit
Agricole, Paribas, Lehman Brothers. Si tratta delle stesse banche che meno
di dieci anni dopo ritroveremo al centro della crisi della cartolarizzazione
del 2007.
Parlando alla stampa, Rubin, segretario del tesoro, aveva all'epoca
dichiarato "L'LCTM è stato un caso eccezionale in cui la FED di New York
aveva ritenuto che vi potesse essere una possibilità di cedimento del
sistema. Era stato quindi riunito un gruppo di istituzioni del settore
privato che aveva scelto la soluzione economicamente più interessante per
loro".
L'orgoglio per l'LCTM si doveva al "gruppo da sogno" che lo gestiva. Il
creatore e direttore generale del fondo era John Meriwether, un operatore
leggendario che aveva lasciato la Salomon Brothers dopo lo scandalo
sull'acquisto di obbligazioni del Tesoro americano, cosa che non aveva
peraltro intaccato la sua sicurezza. Alla domanda se credesse nell'esistenza
di mercati efficienti, aveva con grande modestia risposto "IO LI HO RESI
efficienti". Il fondo contava tra i suoi principali azionisti due eminenti
esperti nella "scienza" del rischio, Myron Scholes e Robert Merton (che nel
1997 avevano ricevuto dall'Accademia svedese delle scienze il premio Nobel
per l'economia grazie al loro lavoro sui derivati), e un affascinante gruppo
di professori in scienza delle finanze, dottori in matematica e fisica, e
altri "prestigiosi scienziati" capaci d'inventare schemi finanziari
estremamente complessi, audaci e lucrosi.
Black-Scholes, difetti fondamentali e modelli di rischio
C'era solo un piccolo problema. Gli assiomi sul rischio, a partire dai quali
Scholes e Merton avevano costruito tutti i loro modelli, erano sbagliati:
poggiavano sulla sabbia e risultavano erronei in modo catastrofico e totale.
I due economisti avevano elaborato un modello matematico di opzione dei
prezzi che dava per scontata l'esistenza di "mercati perfetti" talmente
sviluppati da impedire alle azioni degli operatori d'influire sui prezzi, e
partivano dal principio che mercati e operatori agissero in modo razionale.
La realtà suggerisce il contrario: a lungo termine, i mercati sono
intrinsecamente irrazionali. Negli ultimi due o tre decenni, i modelli di
calcolo dei rischi di Black, Scholes e altri, hanno consentito alle banche e
alle istituzioni finanziarie di sostenere che la tradizionale prudenza nei
finanziamenti era oramai superata. Con le opportune assicurazioni sulle
opzioni, il rischio era ormai un pericolo trascurabile. Festeggiate e siate
felici...
Naturalmente erano state trascurate le condizioni reali del mercato in tutti
i casi di crisi successive all'introduzione del modello Black-Scholes nel
Chicago Board Options Exchange, il ruolo critico delle opzioni e delle
"assicurazioni di portafoglio" nel crollo del 1987, le cause del panico che
nel 1998 distrussero il Long Term Capital Management (nel quale Scholes e
Merton erano partner). Wall Street - così come gli economisti e i
governatori della FED di Greenspan - ignorò beatamente l'evidenza.
I mercati finanziari, contrariamente al dogma insegnato da decenni in tutti
i corsi di economia, non sono modelli fluidi e ben congegnati che seguono la
curva a campana di Gauss come se fosse una legge universale. Il fatto che i
principali ideatori delle moderne teorie dell'ingegneria finanziaria (adesso
definita "economia finanziaria", termine che suona molto meglio) siano stati
insigniti del premio Nobel ha dato a questi scadenti modelli un'aura
d'infallibilità papale. Il comitato svedese premiò Harry Markowitz e Merton
Miller tre anni dopo il crollo del 1987, e Robert Merton e Myron Scholes nel
1997, in piena crisi asiatica.
L'aspetto più sorprendente di questi scadenti modelli di rischio, usati sin
dalle origini dei derivati finanziari degli anni '80 e fino alla crescita
esplosiva della cartolarizzazione dei titoli nell'ultimo decennio, è il
fatto che abbiano suscitato pochissime perplessità.
L'LTCM aveva assunto i due migliori banchieri d'investimento di Wall Street,
due premi Nobel che avevano letteralmente inventato la teoria del calcolo
del valore dei derivati in tutte le situazioni, dalle azioni alle valute.
Per guidare il gruppo di supergeni dell'LCTM, David Mullins, ex
vicepresidente della FED all'epoca di Alan Greenspan, aveva lasciato il suo
incarico con il Maestro per diventare partner del fondo. Nonostante tutto,
gli operatori dell'LTCM e quelli che li seguirono fin sull'orlo dell'abisso
finanziario dell'agosto 1998 non avevano un fondo che li proteggesse dal
pericolo cui ora dovevano far fronte: il rischio del sistema, proprio ciò
che, al momento dell'insolvibilità dello stato russo, avevano definito un
"evento impossibile".
Nonostante l'evidente insegnamento del crollo traumatico dell'LTCM, che non
esistono derivati in grado di assicurare contro il rischio del sistema,
Greenspan, Rubin e le banche di New York continuarono a costruire i loro
modelli di rischio come se non fosse successo niente. Liquidarono
l'insolvibilità dello stato russo come "qualcosa che capita una volta in
cento anni", completarono i preparativi per la bolla dot.com e, subito dopo,
per la più grande bolla finanziaria che la storia ricordi, quella della
cartolarizzazione dei valori del 2002-2007.
La vita non è una curva di Gauss
Il rischio e la sua quantificazione non si comportano come una curva di
Gauss, quanto meno non nei mercati finanziari o nello sfruttamento dei campi
petroliferi. Nel 1900 Louis Bachelier, un oscuro matematico e speculatore
finanziario francese, arrivò alla conclusione che le variazioni delle
quotazioni obbligazionarie e azionarie seguivano la curva a campana che un
matematico tedesco, Carl Friedrich Gauss, aveva calcolato per mappare le
probabilità statistiche di vari eventi. La curva di Gauss presumeva una
leggera forma di casualità nella fluttuazione dei prezzi, proprio come il
test del Q.I. definisce 100 la "media", il picco della curva a campana. Si
tratta di un'utile alchimia, ma pur sempre di un'alchimia.
Il presupposto che le variazioni delle quotazioni finanziarie si
comportassero fondamentalmente come la curva di Gauss permise ai geni di
Wall Street di creare un flusso ininterrotto di nuovi prodotti finanziari
sempre più complessi e oscuri. Le teorie vennero modificate in conseguenza,
e venne aggiunta la "legge dei grandi numeri", in base alla quale, quando il
numero di eventi è sufficientemente ampio (ad esempio nel lancio della
monetina a testa e croce), il valore converge nel lungo periodo verso un
punto di stabilità. La legge dei grandi numeri, che in realtà non ha nulla
di scientifico, permise a banche come Citigroup o Chase di distribuire
centinaia di milioni di carte Visa senza controllare la solvibilità dei
clienti, partendo dal principio che in tempi "normali" gl'impagati delle
carte di credito erano talmente rari da non meritare di essere presi in
conto.
I problemi con i modelli basati sulla curva di Gauss o sulla legge dei
grandi numeri nascono quando i tempi non sono normali, ad esempio in
presenza di una profonda recessione come quella che l'economia USA sta oggi
affrontando, una recessione paragonabile forse solo a quella del 1931-1939.
Il punto notevole è che gli studiosi di economia statunitensi, i banchieri
d'investimento di Wall Street, i governatori della FED, i segretari del
Tesoro, i giudici del premio Nobel per l'economia, il Cancelliere dello
Scacchiere inglese, i banchieri di High Street, i dirigenti della Banca
d'Inghilterra, tanto per citare i nomi più illustri, erano tutti più che
disposti a chiudere un occhio sul fatto che la teoria economica, le teorie
sul comportamento dei mercati, le teorie sulla valutazione del rischio dei
derivati, non potevano prevedere, e meno ancora evitare, sorprese non
lineari. Non avevano potuto prevedere lo scoppio delle bolle speculative
dell'ottobre 1987, o del febbraio 1994, o del marzo 2002, e meno ancora del
giugno 2007. Non avevano potuto farlo perché il modello stesso creava le
condizioni per bolle ancora più grandi e distruttive. L'economia finanziaria
era solo un modo diverso di definire gli eccessi speculativi predatori.
Nonostante i premi Nobel, una teoria incapace di spiegare questi eventi
gravi e sorprendenti non valeva la carta su cui era scritta. Ma i
governatori della FED, primo tra tutti Alan Greenspan, e i ministri del
tesoro statunitense, con in testa Robert Rubin, Lawrence Summers e Henry
Paulsen, riuscirono a fare in modo che il Congresso non provasse nemmeno a
regolamentare gli esotici strumenti finanziari che stavano creando,
basandosi su una teoria che non aveva niente a che vedere con la realtà.
Il 29 settembre 1998 la Reuters indicava che "ogni tentativo di
regolamentare i derivati, anche dopo il collasso (e il salvataggio) dell'LTCM,
è fallito. Il testo approvato nella tarda giornata di lunedì dai negoziatori
della Camera e del Senato USA impedisce alla CFTC (l'agenzia governativa che
teoricamente controlla le operazioni con derivati) di ampliare le sue norme
sui derivati. All'inizio del mese il presidente repubblicano della Camera e
il comitato senatoriale per l'agricoltura avevano chiesto di limitare le
competenze normative della CFTC sui derivati del mercato terziario,
facendosi eco delle preoccupazioni del settore". Il settore significava,
ovviamente, le grandi banche.
La Reuters aggiungeva che "quando l'CFTC metteva sul tavolo il soggetto
iniziale della normativa, Alan Greenspan, direttore della FED, e Rubin,
segretario del Tesoro, si precipitavano a difendere il settore affermando
che non aveva bisogno di normative, il cui unico risultato sarebbe stato
quello di spostare gli affari oltreoceano".
Il rifiuto incessante di consentire un controllo normativo dei nuovi
esplosivi strumenti finanziari, dagli swap sui crediti impagati ai titoli
garantiti da ipoteche, la miriade di esotiche innovazioni finanziarie dello
stesso tipo "per frammentare il rischio" e l'abrogazione finale nel 1999 del
Glass-Steagall Act, che separava rigidamente le banche operanti sui titoli
da quelle commerciali, aprirono la strada a quella che nel giugno 2007 si
trasformerà nella seconda grande depressione in meno di un secolo e darà
avvio a quella che i futuri storici descriveranno come la morte degli Stati
Uniti come potenza finanziaria mondiale dominante.
"Prestiti ai bugiardi" e NINA: le banche in un vortice di frodi
In poche settimane i maggiori operatori del mondo finanziario di New York
avevano già dimenticato gl'insegnamenti dell'insolvibilità russa del 1998 e
della crisi del sistema LTCM.
Sostenuti dai magici analisti di MBA, dai modelli a curva di Gauss e da
modelli di rischio gravemente lacunosi, i giganti finanziari del mondo
bancario statunitense lanciarono una serie di megafusioni e cominciarono a
creare nuovi ingegnosi sistemi per lasciare i rischi dei prestiti fuori dai
loro libri contabili. In questo modo aprirono le porte alla più grande era
di frodi finanziarie e societarie della storia, la cartolarizzazione delle
obbligazioni.
Quando, a fine 1999, le pressioni di Greenspan e Rubin riuscirono a fare
definitivamente abrogare il Glass-Steagall Act, le banche si sentirono
finalmente libere di operare a tutto campo, dalle società assicurative al
credito al consumo al finanziamento immobiliare. Il paesaggio bancario
americano subì un cambiamento drastico. La rivoluzione della
cartolarizzazione delle obbligazioni poteva oramai essere lanciata.
Con il Glass-Steagall Act fuori gioco, la FED controllava solo le holding
bancarie e le sussidiarie che operavano esclusivamente nel settore
commerciale. Fu così che Citigroup scelse di eliminare Citibank dal settore
subprime e creare al suo posto CitiFinancial, una sussidiaria interamente
controllata che poteva operare in base a leggi e norme del tutto differenti.
CitiFinancial emise ipoteche indipendentemente da Citibank. Le
organizzazioni dei consumatori accusarono CitiFinancial di essersi
specializzata in "prestiti predatori": venditori e operatori ipotecari poco
scrupolosi allettavano con finanziamenti famiglie o persone del tutto
incapaci di capire e gestire i rischi. E il modo di agire di Citigroup era
quello tipico della maggior parte delle grandi banche.
L'8 gennaio 2008 Citigroup ha annunciato con grande clamore la pubblicazione
del suo bilancio consolidato "nel settore delle ipoteche su beni mobili
negli USA", che include emittente, servizi e cartolarizzazione dell'ipoteca.
Stranamente il documento non parla della CitiFinancial, la sussidiaria più a
rischio.
La scappatoia dell'accordo "Basilea I"
A spingere le banche verso la cartolarizzazione e la proliferazione di
rischi fuori bilancio, incluse posizioni derivate ad alto leverage, fu il
Basle Bank for International Settlements Capital Adequacy Accord del 1987,
oggi noto come "Basilea I". Questo accordo tra le banche centrali delle
maggiori economie mondiali imponeva alle banche di accantonare l'8% dei
normali prestiti commerciali a titolo di riserva contro possibili future
situazioni d'insolvibilità. Su pressione degli USA, "Basilea I" non parlava
degli all'epoca nuovi derivati finanziari.
In origine l'ultraconservatrice Bundesbank tedesca e le altre banche
centrali europee avevano visto l'accordo come un modo per imbrigliare le più
speculative banche commerciali giapponesi e statunitensi, che avevano
provocato la peggiore crisi bancaria dagli anni '30 in poi. L'obiettivo era
quello di obbligare le banche a ridurre i rischi del credito, ma il
risultato fu esattamente opposto, dato che queste trovarono ben presto una
scappatoia: le transazioni fuori bilancio, in particolare posizioni derivate
e cartolarizzazione, che erano state escluse dall'accordo "Basilea I" e non
imponevano quindi alle istituzioni finanziarie di accantonare capitale per
coprire le perdite potenziali.
Dal punto di vista bancario, l'eleganza della cartolarizzazione dei
prestiti, ad esempio le ipoteche immobiliari, consisteva nella possibilità
di concedere il prestito o l'ipoteca e rivenderlo immediatamente a un
cartolarizzatore o assicuratore, che raggruppava poi centinaia di prestiti
in un nuovo ABS. Questa apparentemente geniale novità era però molto più
pericolosa di quanto sembrasse. Le banche emittenti non dovevano più
iscrivere per 20 o 30 anni i prestiti ipotecari nei loro libri contabili,
come in passato: li rivendevano a prezzo scontato e usavano la liquidità
disponibile per un nuovo giro di prestiti.
E questo significava anche che la banca emittente non doveva più
preoccuparsi di sapere se il prestito sarebbe stato effettivamente
rimborsato.
Frodi alla moda
Non ci volle molto prima che le banche statunitensi si rendessero conto di
essere sedute su una miniera d'oro che faceva impallidire la corsa all'oro
californiana: potevano far soldi sul solo volume di prestiti e rivenderli ai
cartolarizzatori, dato che non dovevano più preoccuparsi di sapere se chi
aveva acceso, diciamo, un'ipoteca immobiliare sarebbe stato in grado nei
decenni successivi di ripagare il debito.
Ben presto le banche scelsero di esternalizzare a operatori indipendenti la
concessione dei prestiti. Invece di effettuare propri controlli sulle
capacità di credito dei richiedenti, si affidavano esclusivamente a
formulari online, simili a quelli per il rilascio della carta Visa, senza
ulteriori accertamenti. E i prestatori cominciarono a offrire incentivi per
spingere gli operatori ad aumentare il volume di finanziamenti sottoscritti,
un altro stimolo a frodi massicce. Le banche guadagnavano con gli elevati
volumi di prestiti che poi rivendevano ai cartolarizzatori. Il tradizionale
universo bancario era finito a gambe all'aria.
E poiché non avevano più alcun interesse a garantire la solidità dei
beneficiari di prestiti con pagamenti minimi in contanti e con un accurato
controllo dei precedenti di credito, molte banche statunitensi, al solo
scopo di far lievitare il volume dei finanziamenti e le entrate,
cominciarono a concedere quelli che definivano cinicamente i "prestiti ai
bugiardi". Sapevano che per concedersi la casa sognata molti mentivano sulle
proprie capacità di credito ed entrate, ma non se ne preoccupavano:
avrebbero rivenduto il rischio quando l'inchiostro sul contratto era ancora
fresco.
Per questi prestiti nel 2002 fu coniata una nuova terminologia, ad esempio
"ipoteche NINA" (No Income, No Assets). "Nessun problema, egregio signor
Bianchi. Eccole 400.000 dollari per la sua nuova casa, ne approfitti".
Ora che non c'era più l'ostacolo del Glass-Steagall Act, le banche potevano
creare una miriade di strutture individuali interamente possedute per
gestire il boom delle ipoteche immobiliari. Il gigante in questa attività
era Citigroup, il più grande gruppo bancario statunitense, con titoli per
oltre 2,4 trilioni di dollari.
Citigroup includeva Travelers Insurance (un assicuratore sottoposto a norme
statali), la vecchia Citibank (una grande banca commerciale per privati),
Smith Barney (una banca d'investimenti), CitiFinancial (un aggressivo
finanziatore di subprime e, secondo numerosi rapporti di associazioni dei
consumatori, uno dei più aggressivi predatori che spingeva all'acquisto di
ipoteche subprime richiedenti spesso ignari o insolventi, e non di rado dei
sobborghi ispanici o neri più poveri), Universal Financial Corp. (una dei
più importanti emissori di carte di credito del paese, che aveva usato la
cosiddetta "legge dei grandi numeri" per ampliare la sua base di clienti con
rischiosi crediti sempre più fantasiosi).
Citigroup includeva anche Banamex (la seconda banca messicana in ordine di
grandezza) e Banco Cuscatlan (la più grande banca salvadoregna). In Messico,
la Banamex era una delle banche più sospettate di riciclaggio di valute,
un'attività non estranea a Citigroup, che nel 1999 era stata indagata dal
congresso USA e dal GAO (Government Accountability Office) per il
riciclaggio di 100 milioni di dollari per conto di Raul Salinas, fratello
dell'allora presidente messicano. Gl'investigatori avevano inoltre scoperto
che la banca aveva riciclato soldi per conto di funzionari corrotti di vari
paesi, dal Pakistan al Gabon e alla Nigeria.
Il comportamento di Citigroup era tipico di quel che accadde al mondo
bancario statunitense dopo il 1999. Si trattava di una realtà completamente
diversa da qualsiasi altra precedente, con la possibile eccezione dei
ruggenti anni '20. Il livello di frode sui prestiti e gli abusi che vi
fecero seguito nella nuova era di cartolarizzazione dei valori faceva
vacillare l'immaginazione.
La palla ai predatori
Un'organizzazione statunitense di consumatori ha documentato alcune delle
peggiori tecniche predatorie usate nei finanziamenti durante il boom
immobiliare:
"Nel primo decennio del XXI secolo, negli USA esistono organizzazioni di
facciata che offrono questi prestiti. Alcune sono vecchie (Household Finance
e Beneficial, ad esempio), altre, come CitiFinancial, sono nuove, ma tutte
offrono prestiti a tassi che superano il 30%. E il settore si sta
sviluppando: le plusvalenze, afferma Wall Street, sono troppo interessanti
per ignorarle. Citibank paga un interesse inferiore al 5% sui depositi che
raccoglie. Le sussidiarie che agiscono da veri pirati caricano un interesse
quattro volte superiore, anche sui finanziamenti garantiti dalla casa del
richiedente. È un plusvalore da non trascurare. Anche se l'economia si
sposta a sud possono raccogliere e rivendere collaterali. L'attività è
mondiale: la HSBC (Hong Kong & Shanghai Banking Corporation) vuole
esportarla negli oltre 80 paesi in cui ha sportelli al pubblico.
Gl'investitori istituzionali amano il modello finanziario e le banche
d'investimento cartolarizzano i prestiti. Si tratta di termini che
chiariremo più oltre. La base, sulla quale si sostiene l'intera piramide,
resta il singolo cliente di quello che è chiamato punto di vendita... punti
e costi possono essere aggiunti alla somma prestata.
CitiFinancial e Household Finance sostengono la necessità di
un'assicurazione, che può essere offerta in varie forme (vita, infortuni,
perdita del lavoro, sui beni mobili), ma che in ogni caso viene aggiunta al
capitale e sulla quale vengono calcolati gl'interessi. Vengono definite "a
premio unico": invece di versare la copertura assicurativa ogni mese si paga
in anticipo con soldi sui quali sono stati caricati altri interessi. In caso
di rifinanziamento non vengono rimborsati. Sono soldi sprecati, ma in genere
al punto di vendita non lo fanno notare.
Prendete, ad esempio, l'acquisto di mobili. Una camera da letto può costare
2.000 dollari, e la pubblicità parla di "Easy Credit", a volte scritto
"E-Z". Il venditore non gestisce i conti, ma si rivolge a CitiFinancial, ad
HFC o magari alla Wells Fargo. Mentre la FED presta soldi alle banche a
tassi inferiori al 5%, queste affiliate caricano interessi del 20, 30 o 40%.
I mobili vengono assicurati per proteggervi, dicono, da eventuali sequestri
in caso di morte o perdita dell'impiego. Prima che il debito sia stato
interamente rimborsato avrete finito con lo sborsare, vivi o morti, un
prezzo superiore a quello di un'auto di gran lusso.
A metà strada verrete contattati per un'offerta apparentemente allettante:
se collaterizzate la vostra casa, l'importo delle rate diminuirà e la durata
del prestito verrà prolungata. Un'ipoteca di 20 anni, a tasso fisso o
variabile: ma il tasso sarà elevato e le clausole ben nascoste. Ad esempio:
se rimborsate il prestito troppo presto dovrete accollarvi una penale per
pagamento anticipato. Oppure, se pagate a piccole rate vi potrà essere
chiesto di aumentare l'importo, con quello che è chiamato un "balloon". Non
vi è possibile farlo? Nessun problema; le banche sanno benissimo che non
potete. Il loro unico scopo è rifinanziare il vostro debito e addossarvi
ancora nuovi costi e interessi.
Nei secoli scorsi, questo sistema veniva chiamato "peonaggio". Oggi è la
volta del cosiddetto schiavo del subprime. Un buon 20% dei proprietari
statunitensi vengono classificati subprime, ma almeno la metà di coloro che
hanno avuto prestiti di questo tipo avrebbero potuto pagare rate normali,
affermano Fannie Mae e le autorità di Washington. È la legge della giungla:
la sola regola è l'attenzione del compratore. Ma per alcuni è più facile che
per altri.
Perché qualcuno deve pagare tanto di più? Nei sobborghi a basso reddito del
paese (talvolta chiamati ghetti o, eufemisticamente, inner city) mancano gli
sportelli bancari. Alla fine del xx secolo, molte istituzioni finanziarie
lasciarono marcire la situazione: rifiutavano di concedere prestiti o di
rilasciare assicurazioni.
Negli anni '80 intervistai un anziano banchiere di Wall Street, e gli chiesi
informazioni sulle attività della sua banca a Cali (Colombia) nell'epoca
d'oro del cartello della coca. Parlando a titolo confidenziale, mi disse che
"le banche sarebbero pronte a uccidere per avere una fetta della torta, che
è veramente lucrativa". Ovviamente si gettarono sui prestiti subprime con lo
stesso approccio affaristico e per ottenere utili grandi quanto quelli del
riciclaggio dei proventi della droga.
Alan Greenspan sostenne apertamente l'estensione dei prestiti bancari agli
abitanti dei ghetti più poveri. Edward M. Gramlich, un governatore della FED
morto nel settembre 2007, mise in guardia diciassette anni orsono sul fatto
che un nuovo manipolo di usurai in rapida crescita stava trascinando molta
gente in ipoteche rischiose che non potevano sostenere. Quando Gramlich
sollecitò privatamente la FED a indagare sulle strutture affiliate a banche
nazionali che concedevano ipoteche, fu ammonito da Alan Greenspan. Greenspan
gestì la FED col potere di un monarca assoluto.
Rivelando quella che quasi certamente è solo la piccola parte visibile di
una vasta truffa, l'FBI ha di recente annunciato che sta indagando 14
aziende per possibili frodi fiscali, insider trading o altre infrazioni
legate ai prestiti immobiliari concessi a richiedenti a rischio. L'FBI ha
dichiarato che l'indagine coinvolge società di tutto il settore dei servizi
finanziari, dalla concessione di ipoteche alle banche d'investimento che
inglobano prestiti immobiliari in titoli venduti agl'investitori.
Nel contempo, le autorità di New York e del Connecticut stanno cercando di
scoprire se le banche di Wall Street non hanno nascosto informazioni
cruciali sui prestiti ad alto rischio inglobati nei titoli venduti
agl'investitori. Richard Blumenthal, procuratore generale del Connecticut,
ha dichiarato che lui e Andrew Cuomo, il suo omologo di New York, stanno
controllando se le banche hanno correttamente evidenziato gli elevati rischi
d'insolvibilità dei cosiddetti "prestiti eccezionali", considerati ancora
più pericolosi dei subprime, al momento di vendere i titoli agl'investitori.
Lo scorso novembre Cuomo ha emesso ordini di citazione nei confronti di
Fannie Mae e Freddie Mac, le due società di credito ipotecario sponsorizzate
dal governo, nell'ambito di un'indagine su quelli che considera conflitti
d'interesse nel settore del credito ipotecario. Il procuratore ha affermato
che voleva informazioni sui miliardi di dollari in prestiti immobiliari che
avevano ricomprato dalle banche, inclusa la Washington Mutual Inc., la più
grande azienda statunitense di risparmio e prestiti, e su come erano state
fatte le valutazioni.
L'FBI ha spiegato di stare esaminando le procedure dei venditori di subprime
e le possibili frodi contabili commesse da società finanziarie che avevano
registrato i prestiti nella propria contabilità o li avevano cartolarizzati
ad altri investitori. Morgan Stanley, Goldman Sachs Group Inc. e Bear
Stearns Cos. hanno sottolineato che stanno rispondendo con spirito
cooperativo alle richieste d'informazioni formulate da varie non specificate
agenzie normative e governative.
In un promemoria inviatomi, un ex operatore immobiliare della Pacific
Northwest, uscito dal settore disgustato dalle pressioni per vendere
ipoteche a clienti non qualificati, ha descritto alcune delle pratiche più
correnti:
Il fiasco subprime è un discreto incubo, ma gli ARM (adjustable prime
mortage, ipoteca a tasso variabile) sono un disastro potenziale
inarrestabile. Il primo "intoppo" si è manifestato a luglio/agosto 2007, con
il "fiasco subprime", ma a novembre 2007 eravamo già in presenza di qualcosa
molto più grande di un semplice intoppo; è in quel mese che gli ARM sono
saliti.
In altri termini, allo "scadere del primo anno di prestito" l'ARM sale
obbligando a un rimborso mensile più alto. La ragione è che gli ARM sono
stati "concessi" a un tasso "specchietto", di solito tra l'1 e l'1,5%. I
pagamenti con un tasso simile sono molto attraenti, ma non riducono il
capitale da restituire, anzi generano interessi d'impagato che vengono
inglobati nel totale del prestito. Per l'intero primo anno i debitori
possono effettuare rimborsi a un tasso ridicolo, che in realtà è vantaggioso
solo il primo mese.
Le preoccupazioni sull'"ammortamento negativo", in cui l'indebitamento
sull'ipoteca supera il valore di mercato della proprietà, sono state
liquidate ricordando la crescita del mercato immobiliare grazie alla bolla
creata dalle stesse banche, definita normale e destinata a continuare. Tutto
ciò è stato spinto da chi eroga ipoteche: orde di esperti finanziari e
venditori sono stati mandati presso gli operatori ipotecari per spiegare
come funziona il meccanismo.
I tassi d'interesse variabili sulle ipoteche immobiliari sono la somma del
margine (il profitto della banca) e dell'indice (la previsione obiettiva del
costo dei fondi concessi alla banca). L'indice si basa su varie attività
economiche (quello che le banche del paese pagano per i certificati di
deposito a 90 giorni o per i dollari al LIBOR (London Interbank Exchange).
Il totale di margine e indice fornisce il tasso d'interesse reale sui
prestiti ("tasso interamente indicizzato"), il tasso al quale, dopo 30 anni
di rimborsi, il prestito sarà stato completamente ammortizzato.
Diciamo che ottengo un tasso d'interesse "reale" del 6% (3% margine e 3%
indice). Con un prestito di 250.000 dollari la rata mensile al tasso dell'1%
sarà di 804,10 dollari; questo è "il tasso specchietto" al netto delle tasse
e dell'assicurazione. L'importo verrà modificato in funzione dei cambi
dell'indice, ma il margine resterà immutato per tutta la durata
dell'ipoteca.
Il contratto è strutturato in modo da modificare l'importo mensile del
rimborso una sola volta all'anno, con un tetto del 7,5% rispetto ai
pagamenti dell'anno anteriore. Il meccanismo può durare 5 anni (10 in caso
di un solo erogatore del prestito) senza tener conto dell'evoluzione nel
mondo reale. Poi, al termine dei 5 anni, il tetto massimo viene eliminato e
i pagamenti vengono ricalcolati in base al "tasso interamente incidicizzato".
Se il beneficiario del prestito ha pagato per tutto l'arco di tempo solo la
rata minima consentita, si ritroverà a far fronte a un esborso da capogiro,
a tre zeri. Se la casa ha perso il 25% del suo valore, il debitore, ora con
un credito astronomico, viene spinto a cederla alla banca, che la svaluta di
almeno un altro 25%.
Secondo un insider di Chicago, nella prima settimana del febbraio 2008 i
banchieri statunitensi sono stati avvertiti di quanto segue: · la Chase
Manhattan Bank ("CMB") ha diffuso tra i suoi clienti una serie enorme di
estratti conto sulle un tempo assai popolari LOC (linee di credito), i cui
termini sono ora stati rimaneggiati, mentre sono stati anche unilateralmente
ridotti, talvolta fino al 50%, i valori delle proprietà a copertura. Ciò
significa che i proprietari devono ora rimborsare un prestito per beni che
apparentemente valgono la metà del capitale ottenuto, e pagarci anche
gl'interessi. In molti casi, la sola cosa intelligente da fare è andarsene,
con una ulteriore perdita patrimoniale che riduce il valore di tutti
gl'immobili circostanti e si va ad aggiungere alla marea di pignoramenti.
· la situazione è particolarmente grave nei casi di LOC basate sulla
"finanza creativa", quelle che concedevano tra il 90 e il 100% del valore
della proprietà prima che la bolla esplodesse...
* la CMB ha automaticamente chiuso le linee di credito con crediti "aperti"
(quelle cioè sulle quali i beneficiari avevano risparmiato una parte del
prestito per usi futuri) con un rapporto tra ammontare del prestito e valore
della proprietà (LTV) dell'80%. L'operazione è stata condotta sulla massa
delle LOC, senza alcun riferimento ai proprietari.
I limiti LTV (Loan to Value) significano che il totale che chi rilascia il
prestito è pronto a concedere non può superare la percentuale fissata del
valore della proprietà. In pratica, un perito viene incaricato di stimare il
valore della proprietà, sulla base degli altri beni comparabili venduti in
un raggio in linea di massima non superiore ai 1.500 metri dall'immobile in
esame. Questa era la ricca frode ipotecaria in vigore prima dell'attuale
Tsunami.
Questo è solo l'inizio dello Tsunami
La struttura dei modelli di rischio tragicamente errati adottati da Wall
Street, da Moody’s, dagli assicuratori Monoline e dagli economisti del
governo federale e della FED era tale da far pensare a tutti che una
recessione non era più possibile, perché il rischio avrebbe potuto essere
ripartito in tutto il mondo a tempo indefinito.
Tutte le operazioni cartolarizzate, per un totale superiore al trilione di
dollari, venivano valutate partendo da questo erroneo principio. I trilioni
di dollari di swap sui crediti impagati, l'illusione che i derivati
permettessero di assicurarsi a poco costo contro i mancati pagamenti, erano
pronti ad esplodere in un susseguirsi di crisi al primo cenno di cedimento
del mercato immobiliare statunitense: più cadono i prezzi delle case, più le
ipoteche vengono rinegoziate con tassi d'interesse sensibilmente più
elevati, più la disoccupazione si diffonde in tutti gli Stati Uniti,
dall'Ohio al Michigan, dalla California alla Pennsylvania, dal Colorado
all'Arizona. Si tratta di una malsana spirale deflazionistica dei titoli.
Gli avvenimenti del settore subprime sono stati solamente il primo segno di
quello che stava per saltar fuori, e ci vorranno anni prima che tutto sia
finito. I problematici prodotti ABS sono stati usati come collaterali per
concedere ulteriori crediti bancari, per acquisti con capitale di prestito
da parte di società per azioni private, enti, addirittura amministrazioni
locali. La piramide debitoria costruita con la cartolarizzazione dei titoli
ha cominciato a perdere colpi quando i mercati mondiali si sono resi conto
che nessuno conosceva il valore dei pezzi di carta cartolarizzati che
possedeva.
In quella che potrebbe essere considerata una confessione tutta da ridere se
le conseguenze della loro criminale negligenza non avesse conseguenze così
drammatiche per milioni di americani, Standard & Poors, la seconda agenzia
di rating in ordine d'importanza nel mondo, ha ammesso nell'ottobre 2007 "di
avere sottostimato l'estensione della frode nel settore ipotecario
statunitense". Alan Greenspan ha sommessamente cercato di scaricare ogni
responsabilità sostenendo che i prestiti subprime non erano un'operazione
sbagliata, lo è stata invece la loro successiva cartolarizzazione. Il
sistema che hanno tardato decenni a creare aveva in se stesso i germi della
frode e della non trasparenza.
La prossima crisi riguarderà gli swap sui crediti impagati
Il crollo successivo nello Tsunami finanziario statunitense è stato quello
degli assicuratori monolite, per i quali, escludendo una nazionalizzazione,
non esistevano soluzioni possibili, vista l'importanza dei rischi non
conosciuti. Il problema è stato discusso nella precedente parte IV. (in
traduzione ndr)
La prossima imminente crisi sarà probabilmente quella del mercato da 45
trilioni dei CDS (swap sui crediti impagati) sul mercato terziario, una
creazione della J.P. Morgan.
Come aveva sottolineato Greenspan, il mercato dei CDS è rimasto poco
trasparente e senza una normativa; nessuno conosce quindi il livello di
rischio in una economia con trend negativo. Grazie alla mancanza di regole,
è spesso successo che i CDS siano stati rivenduti ad un'altra struttura
finanziaria senza informarne la controparte originaria. In altri termini,
non è certo che un investitore interessato a ricavare liquidità dai suoi CDS
possa rintracciare il debitore. Il mercato dei CDS si concentra soprattutto
nelle banche di New York, che a fine 2007 possedevano swap per un valore
globale nominale di 14 trilioni. Le più esposte erano J.P. Morgan Chase (7,8
trilioni di dollari), Citigroup e Bank of America (3 trilioni di dollari
ciascuna).
Il problema è aggravato dal fatto che il 16% circa dei 45 trilioni di CDS
(cioè 7,2 trilioni) dovrebbero proteggere i possessori di CDO (obbligazioni
garantite da ipoteche) su cui si concentrano i problemi di garanzie
ipotecarie. Il mercato dei CDS è una bomba a tempo dagli effetti devastanti.
Col diffondersi della crisi creditizia dei prossimi mesi, le società saranno
inadempienti sulle proprie obbligazioni e le assicurazioni di CDS dovranno
far fronte a una marea di richieste di risarcimento e di regole non
trasparenti. A tutto febbraio 2008 non esiste una procedura di liquidazione
delle richieste di risarcimento per un mercato del valore nominale di 45
trilioni di dollari.
Dato che nei prossimi mesi altre centinaia di migliaia di americani si
ritroveranno, in base ai termini del loro ARM, con rate mensili di rimborso
delle ipoteche drammaticamente aumentate, altri 690 miliardi di dollari di
ipoteche immobiliari rischiano di essere impagati. Ne conseguirà un effetto
valanga in termini di perdita di posti di lavoro, di spese con carte di
credito non rimborsate, di crisi delle cartolarizzazioni nel vasto mercato
delle cartolarizzazione dei debiti su carte di credito. Il punto
interessante della faccenda è che una così grande parte del sistema
finanziario del paese vi sia collegata. Nella storia degli USA non c'era mai
stata una crisi di tale ampiezza.
A fine febbraio il londinese Financial Times ha rivelato che, "senza
dare nell'occhio", le banche statunitensi avevano acceso prestiti per 50
miliardi di dollari, usando una nuova linea speciale di credito della FED
creata per alleviare la loro crisi di liquidità. Le perdite di tutti i
maggiori gruppi bancari del paese – dalla Citigroup alla J.P.Morgan Chase e
le altre principali banche – continuano ad aumentare, man mano che
l'economia sprofonda in una recessione che si avvia chiaramente a diventare
nei prossimi mesi una vera e propria depressione. Nessun candidato alla
presidenza ha osato esporre in modo chiaro le proprie proposte per
affrontare quello che sta diventando il più grosso pantano finanziario ed
economico della storia americana.
Dagl'inizi del 2008 è apparso chiaro che la cartolarizzazione finanziaria si
stava trasformando nell'ultimo giro di danza per gli USA, come superpotenza
finanziaria mondiale.
Ci si chiede adesso quale nuovo centro di potere finanziario potrà
ragionevolmente sostituire New York come nerbo mondiale. Ne riparleremo
nella parte VI.
F.William Engdahl
Fonte: http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/
Link
22.02.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO
Note:
1.
Segretariato UNCTAD, Recent developments on global financial
markets: Note by the UNCTAD secretariat, TD/B/54/CRP.2, Ginevra, 28
settembre 2007.
2. Per una discussione del poco conosciuto retroterra
politico della crisi della Creditanstalt che nel 1931 provocò un collasso a
catena delle banche tedesche, cfr. Engdahl, F. William, A Century of War:
Anglo-American Oil Politics and the New World Order, 2004, Londra, Pluto
Press, capitolo 6.
3. Schroy, John Oswin, Fallacies of the Nobel Gods: Essay on
Financial Economics and Nobel Laureates, in
http://www.capital-flow-analysis.com/investment-essays/nobel_gods.html .
4. Per un'interessante discussione dei difetti teorici
fondamentali dei modelli oggi usati nei mercati economico e finanziario, e
sulle elevate probabilità di catastrofici cambiamenti dei prezzi, raccomando
il libro del matematico e inventore della geometria frattale Benoit
Mandelbrot, in Mandelbrot, Benoit and Hudson, Richard L., The (mis) Behavior
of Markets: A Fractal View of Risk, Ruin and Reward, Profile Books Ltd,
Londra, 2004.
5. Ripreso da Inner City Press, The Citigroup Watch, 28
gennaio 2008, in www.innercitypress.org.citi.html .
6. Rainforest Action Network, Citigroup Becomes Mexico’s Largest Bank after
Banamex Merger, August 10, 2001, in
http://forests.org/archive/samerica/cibemexi.htm.
7. Lee, Matthew, Predatory Lending: Toxic Credit in the Inner City, 2003,
InnerCityPress.org.
8. Andrews, Edmund L., Fed Shrugged as Sub-prime Crisis Spread, The New York
Times, 18 dicembre 2007.
9. Zibel, Alan, FBI Probes 14 Companies Over Homae Loans, AP, 29 gennaio
2008.
10 Comunicazione riservata all'autore.
|